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Ci siamo guardati da uomini».
Ci siamo guardati da uomini». Il racconto di Antonio, il non vedente abbracciato da papa Francesco
Antonio Selvaggi, 39 anni, non vede più da quando ne aveva diciassette. Solo il chiaro e lo scuro. Tra le ultime cose viste dai suoi occhi c’è la sciagurata semifinale di Italia ‘90, persa ai rigori contro l’Argentina di Maradona. «Una doppia delusione – scherza oggi – per la sconfitta e per la vista che proprio in quelle settimane cominciava ad offuscarsi».
All’origine una compressione del nervo ottico, poi la degenerazione, che gli ha fatto perdere in parte anche il tatto. Appena maggiorenne, così, ha dovuto lasciare la sua Ferrandina, in Basilicata, per trasferirsi in un centro per non vedenti della Capitale. Sempre a Roma, qualche settimana fa, ha vissuto forse il suo giorno più bello. Le immagini (catturate dalle telecamere del Tg1) parlano da sole, ma ancora di più parla la sua voce commossa.
«Da qualche giorno avevo sentito un’attrazione forte per le vicende ultime della Chiesa. Ero stato pieno di attesa ed entusiasmo, avevo seguito tutto in prima persona, dall’Habemus Papam alla Messa di insediamento. E così, avvisato da mia madre, mi sono avviato per non perdere neppure l’insediamento in Diocesi nella Basilica di San Giovanni in Laterano». Antonio arriva in anticipo. Non abbastanza, però, per posizionarsi dove avrebbe voluto. Si rammarica quando comprende che stanno transennando la sua zona e il passo è sbarrato. «Peccato». Accanto a lui, però, una voce femminile: «Non preoccuparti, il papa potrebbe passare da qui». È la voce di Silvia Tricomi, volontaria Unitalsi.
A un certo punto Antonio sente un boato. Non vede, ma chiede. Gli hanno detto che sta passando il papa e lui comincia a urlare. «Non so perché, ma nel cuore mi è venuto di urlargli: Santo Padre, protegga la famiglia, preghi per la famiglia». Un grido buttato lì. «Ho detto queste parole, perché una preghiera per la famiglia raggiunge tutti, tutte le categorie». Il boato si allontana ma Silvia, accanto a lui, è emozionatissima: «Ti ha guardato, ti ha guardato fisso negli occhi per un po’». Antonio non può sapere, né ha potuto vedere. «Eppure ho avuto una sensazione, ho quasi sentito quello sguardo».
Un misterioso felling. Il giovane è felice, ma il bello deve ancora arrivare. Passa qualche minuto e alle sue orecchie arriva un nuovo boato di entusiasmo, il Papa sta ripassando proprio da lì. E mentre il clamore si avvicina sempre più, a un certo punto si sente una voce concitata. «Portatelo qui, portatelo qui». È papa Francesco, che si rivolge forse alla volontaria accanto a lui. Antonio viene fatto avvicinare, arriva così l’abbraccio bellissimo. «Mi ha abbracciato in un modo straordinariamente umano. Non ricordo cosa gli ho detto, né cosa abbia detto lui». Hanno catturato tutto le immagini del Tg1, quelle immagini che Antonio forse non vedrà mai. Ma di quell’abbraccio, di quell’istante, sente di poter dire: «Ci siamo guardati». E poi, commosso, aggiunge: «Da uomini».
È un gusto sentire dalla sua voce la strada attraverso cui è arrivato a quell’abbraccio. Sorprende la gratitudine che porta alla vita, tutta intera, senza rimpianti e recriminazioni. Venti anni fa, quando tutto divenne buio, aveva cominciato a prendersela con tutto e tutti. Dio era lontanissimo. «È comprensibile, tuo figlio si sente tradito da un amico» disse un sacerdote a sua madre, disperata per il suo allontanamento dalla fede.
Quell’amicizia, infatti, era destinata a ripartire. E così, anni dopo, con un percorso di educazione alla fede, tutto è rinato. Al primo incontro fu ferito dalla premessa: «Non siamo qui per fare la teologia, ma per approfondire la relazione con Dio». Antonio non è più andato via. Quell’approfondimento continua ancora, in una relazione di amicizia e collaborazione costante con la Parrocchia di San Pietro e Paolo a Latina e un sacerdote, don Giovanni Laudadio, che lo aiuta a crescere come un padre».
Certo, la vita non è una passeggiata, se gli occhi non vedono e non c’è un lavoro stabile. Ma, soprattutto, «c’è la fragilità dell’animo di ciascuno – racconta lui con una metafora bellissima – tutti, in fondo, siamo disabili dell’anima». Eppure quell’abbraccio gli ha dato la certezza «di non essere solo, né sfortunato». Una cosa concretissima. «Ci siamo guardati», dice oggi. Eppure Antonio Selvaggi non ha mai potuto vedere gli occhi di papa Francesco. Ma uno sguardo, se è umano, si sente. Come una carezza. Come la carezza del Nazareno di cui parlava Enzo Jannacci.
Cristiani che "danno fastidio", pur di annunciare Gesù Cristo
Cristiani che "danno fastidio", pur di annunciare Gesù Cristo
Nella Messa in Santa Marta, Papa Francesco indica ciò di cui ha bisogno oggi la Chiesa: cristiani non "da salotto", ma animati dallo zelo apostolico che spinge all'annuncio del Vangelo
C’è un fuoco che nasce dentro il cristiano: è lo zelo apostolico che lo spinge ad annunziare Cristo ovunque e a chiunque, evitando quell’atteggiamento da “cristiano da salotto”, ma arrivando quasi a dare fastidio. Come San Paolo, che ha trascorso una intera vita tra le “prove” e le “persecuzioni”, senza scoraggiarsi ma andando sempre avanti.
Papa Francesco, nella Messa di oggi nella Casa Santa Marta, aggiunge un altro tassello al mosaico con cui, ormai da due mesi, delinea il profilo del vero cristiano. Alla Messa di questa mattina, concelebrata con il cardinale Peter Turkson e mons. Mario Toso, presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, era presente un gruppo di dipendenti del dicastero e della Radio Vaticana.
Il Pontefice si è soffermato a lungo sulla figura di Paolo, sul suo fervore apostolico, quella “sana pazzia” che gli ha permesso di spingersi avanti nell’annuncio del Vangelo, combattendo e vincendo sempre la “battaglia campale” che è stata la sua vita. Il destino dell’Apostolo, ha detto il Papa, “è un destino con tante croci, ma lui va avanti; lui guarda il Signore e va avanti”. “Paolo dà fastidio – ha aggiunto - è un uomo che con la sua predica, con il suo lavoro, con il suo atteggiamento dà fastidio, perché proprio annunzia Gesù Cristo e l’annunzio di Gesù Cristo alle nostre comodità, tante volte alle nostre strutture comode, anche cristiane, dà fastidio”.
Eppure è proprio questo ciò che Dio ci richiede: “Il Signore sempre vuole che noi andiamo più avanti, più avanti, più avanti… Che noi non ci rifugiamo in una vita tranquilla o nelle strutture caduche” ha sottolineato il Santo Padre.
San Paolo questo ha fatto: “Predicando il Signore, dava fastidio” ha detto Bergoglio, “ma lui andava avanti, perché aveva in sé quell’atteggiamento tanto cristiano che è lo zelo apostolico. Aveva proprio il fervore apostolico. Non era un uomo di compromesso. No, la verità, l’annunzio di Gesù Cristo. Avanti!”. È il Signore ad alimentare questo fervore, ha soggiunto; San Paolo di per sé era un “uomo focoso”, ma non è stato solo il suo temperamento la spinta ad “andare avanti”; è il Signore che “si immischia in questo”.
Lo zelo apostolico, ha precisato Papa Francesco, “non è un entusiasmo per avere il potere, per avere qualcosa. È qualcosa che viene da dentro, che lo stesso Signore lo vuole da noi”. La sua radice è la “conoscenza di Gesù Cristo” ha aggiunto; Paolo, infatti, “ha trovato Gesù Cristo, ha incontrato Gesù Cristo, ma non con una conoscenza intellettuale, scientifica”, bensì “con quella conoscenza del cuore, dell’incontro personale”.
E questo lo porta ad essere “sempre nei guai, ma nei guai non per i guai, ma per Gesù”. Perché il fervore apostolico, ha affermato il Pontefice, “ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale”. Una “sana pazzia” che porta a non essere “cristiani da salotto” come li ha definiti il Santo Padre, “quelli educati, tutto bene, ma non sanno fare figli alla Chiesa con l’annunzio e il fervore apostolico”.
L’invito a tutti i fedeli è dunque “chiedere allo Spirito Santo che ci dia questo fervore apostolico a tutti noi, anche ci dia la grazia di dare fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali”.
“Tanto bisogno ha la Chiesa di questo” ha esclamato il Papa, “non soltanto in terra lontana, nelle chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo, ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo”.
Cristiani con zelo apostolico, dunque, e “se diamo fastidio – ha concluso Papa Francesco - benedetto sia il Signore!”.
VOCI SU RATZINGER A MEDJUGORJE. IL MIO SOGNO
VOCI SU RATZINGER A MEDJUGORJE. IL MIO SOGNO.
Col ritorno del papa emerito in Vaticano ho fatto una sorta di sogno, uno di quei sogni a occhi aperti che sono talora ispirati da voci e boatos che circolano in diversi ambienti.
Ho dunque “sognato” di ricevere la notizia secondo cui Joseph Ratzinger intende recarsi a Medjugorje.
Un simile clamoroso evento sarebbe considerato bellissimo da milioni di pellegrini e devoti della “Regina della pace”. Ma – è ovvio – solleverebbe anche molte opposizioni.
Perché tanto clamore? Anzitutto perché una simile visita potrebbe essere considerata da alcuni come un’implicita approvazione delle apparizioni della Madonna che da trent’anni avvengono nel villaggio della Bosnia Erzegovina.
Già questo susciterebbe alcuni malumori. Tuttavia c’è una risposta che confuta tali obiezioni: Ratzinger infatti non è più il Pontefice in carica e Medjugorje è pur sempre una parrocchia della Chiesa Cattolica, anzi un Santuario mariano, che vede arrivare tantissimi sacerdoti, pellegrini e anche diversi vescovi.
Quindi la visita privata del vescovo emerito di Roma di per sé non significherebbe uno “strappo”. Da Papa non avrebbe potuto farlo con un viaggio ufficiale. Come non poté farlo Giovanni Paolo II. E’ noto che papa Wojtyla credeva all’autenticità delle apparizioni di Medjugorje (lo ha dichiarato più volte, durante colloqui personali, a tanti interlocutori diversi).
Tuttavia – pur desiderandolo – non si è mai recato nel villaggio proprio perché il suo arrivo lì come Papa avrebbe significato una sorta di riconoscimento formale, mentre gli eventi erano (e sono) tuttora in corso.
Un giorno ad alcuni vescovi e sacerdoti da lui ricevuti in udienza, che dopo sarebbero andati in pellegrinaggio a Medjugorje, papa Wojtyla disse: “Medjugorje, Medjugorje. E’ il centro spirituale del mondo”. Tante volte manifestò il suo desiderio di recarvisi.
Ratzinger è sempre stato più cauto su queste apparizioni. Io stesso nell’ottobre 2004 ne parlai a lungo, personalmente, con lui. Mi sembrò che non avesse pregiudizi, ma fosse anche molto attento a valutare tutte le testimonianze e le diverse posizioni (positive e negative) in campo.
Mi parve molto toccato dalle tante conversioni. Ma il suo atteggiamento era improntato a grande cautela.
Proprio per questa prudenza, per questo suo atteggiamento che vuole capire, da papa aveva istituito una commissione di studio su quegli eventi. Commissione che ha lavorato e sta lavorando con molta serietà e attenzione.
Ripensando a queste premesse il “sogno” di un suo eventuale viaggio, se si realizzasse, sorprenderebbe. E si potrebbe interpretare in diversi modi.
Una prima ipotesi: andare a vedere di persona, a verificare con i propri occhi, nel luogo dove – ancor prima dei miracoli – si verificano tantissime conversioni.
Oppure – seconda ipotesi – Ratzinger potrebbe voler ringraziare là dove la Madonna ha incessantemente chiesto ai fedeli digiuni e preghiere per i pastori della Chiesa, in primis per i pontefici.
Tuttavia questo potrebbe significare che qualcosa di clamoroso è accaduto. Infatti cosa potrebbe provocare una svolta e una decisione così stupefacente se non un segno soprannaturale inequivocabile che Joseph Ratzinger potrebbe aver ricevuto, cioè una ‘chiamata’ che non si può non ascoltare”?
Riflettendoci mi sono tornate in mente le parole del suo ultimo Angelus da papa, il 24 febbraio 2013, che – alla luce di questo mio “sogno” – acquisterebbero una risonanza tutta particolare.
Spiegando ai fedeli a cosa si sentiva chiamato, dopo la rinuncia al pontificato, prendendo spunto dal Vangelo di quella domenica, sulla Trasfigurazione, Benedetto XVI disse:
“Meditando questo brano del Vangelo, possiamo trarne un insegnamento molto importante. Innanzitutto, il primato della preghiera, senza la quale tutto l’impegno dell’apostolato e della carità si riduce ad attivismo… Inoltre, la preghiera non è un isolarsi dal mondo e dalle sue contraddizioni, come sul Tabor avrebbe voluto fare Pietro, ma l’orazione riconduce al cammino, all’azione. ‘L’esistenza cristiana – ho scritto nel Messaggio per questa Quaresima – consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio, per poi ridiscendere portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio’ (n. 3)”.
Poi concluse:
“Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio la sento in modo particolare rivolta a me, in questo momento della mia vita. Il Signore mi chiama a ‘salire sul monte’, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze. Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria: lei ci aiuti tutti a seguire sempre il Signore Gesù, nella preghiera e nella carità operosa”.
C’è anzitutto il tema della preghiera, il suo primato, che è pure il cuore del messaggio di Medjugorje. In secondo luogo c’è quell’espressione “il Signore mi chiama a salire sul monte”, che già fece riflettere quando fu pronunciata.
L’eventuale pellegrinaggio a Medjugorje e la salita del papa emerito sul monte delle apparizioni darebbero un significato ancora più profondo a quelle parole. E farebbero riflettere seriamente tutti sulle apparizioni della “Regina della pace”.
Di certo possiamo dire ciò che pensano i milioni di fedeli che vanno in pellegrinaggio in questo paesino della ex Jugoslavia: la presenza quotidiana della Madonna fra noi da più di trent’anni può avere un solo significato, un soccorso straordinario alla Chiesa per un tempo terribile.
Un soccorso che forse già era stato preannunciato nel 1830 dalla Madonna stessa a santa Caterina Labouré, all’inizio delle grandi apparizioni pubbliche che hanno caratterizzato gli ultimi duecento anni.
Lì a Parigi, a Rue du Bac, disse testualmente: “Il momento verrà, il pericolo sarà grande. Tutto sembrerà perduto. Allora io sarò con voi”.
Non sembra una prefigurazione di questo nostro tempo?
Che si realizzi o meno il mio “sogno” sul viaggio del papa emerito, che si dimostrino fondate o no quelle voci, i fatti di Medjugorje e le parole che lì pronuncia la Vergine sono reali, straordinari, e inducono a meditare su noi stessi, sulla nostra vita e sull’ora presente dell’umanità.
Antonio Socci
Lettera aperta a Gesù
Lettera aperta a Gesù
Fonte: CulturaCattolica.it
Gesù, eccomi… oggi è il mio compleanno e voglio raccontarti la mia vita. Una normale vita di insegnante che, pur tra le imperfezioni e i dilemmi della quotidianità, non ha mai distolto lo sguardo dal tuo Vangelo. So che al termine della mia vita mi chiederai conto delle mie opere. Allora dovrò risponderti anche di quelle trascurate, magari per pigrizia o per indifferenza. Ma ti racconterò, Gesù, quelle che ho compiuto pensando a Te…“Sai - ti dirò - ho insegnato ai miei bambini il segno della croce!” A volte, non lo conoscevano. Forse, la sera, le madri erano troppo stanche o forse non ci pensavano proprio. Allora ci ho pensato io: ho spiegato che il segno della Croce è l’abbraccio di Dio, di suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo, alito e potenza di Dio che scende su di noi. E’ la nostra difesa per la giornata. Ed ho insegnato loro a pregare: anche solo un’Ave Maria, ma detta col cuore perché la preghiera sincera di un bambino può attraversare le nuvole. I bambini ascoltano, comprendono…lo percepisco dai loro occhi limpidi che svelano la meraviglia per il Creato. Ho insegnato loro ad amarTi, a volgere lo sguardo verso i due raggi che sgorgarono dal tuo costato: Sangue e Acqua, i doni di salvezza che ci hai affidato morendo sulla Croce. Ho spiegato che l’Ostia consacrata è Gesù che si dona e si fa pane, è cibo di vita eterna e ci nutre perché la nostra anima ha fame e sete di Dio. Così hanno compreso la bellezza del donarsi, hanno scoperto che tutti noi possiamo diventare “cibo” per gli altri: quando regaliamo un sorriso, una carezza, quando consoliamo chi soffre, se offriamo da mangiare a un povero… Sai Gesù, ai bambini piace molto l’ora di religione perché vogliono sentir parlare di Te. Che grande seduttore sei Tu, Gesù! Dopo duemila anni il tuo fascino è rimasto intatto e quando racconto di Te ho la sensazione di udire il palpito accelerato dei loro cuori. Anche ai più grandi piace ascoltare, sebbene appaiano disincantati. Hanno desiderio di conoscerti, di capire. Quale grande responsabilità grava sull’educatore cristiano che non Ti presenta ai suoi allievi! Mi piace pensare, Gesù, che prima ancora di domandarmi se avrò insegnato bene la grammatica o le tabelline, al termine della mia vita mi avvolgerai col Tuo sguardo dolcissimo e poi, in un sussurro, mi chiederai: “Hai parlato loro di me?”
Io ti risponderò: “Sì, o Gesù, ne ho parlato. Sempre. Anche se sono stata dileggiata e oppressa nel mio ambiente di lavoro!”
Gesù, alcuni genitori non sanno che i loro figli, crescendo senza regole e senza conoscerTi, sono tentati da ogni tipo di trasgressione… quando ciò avviene, è tardi per seminare valori e sentimenti: la semina ha i suoi tempi! Allora versano lacrime amare. Ed è emergenza educativa… Forse, allora, sarà necessario ripartire dal cuore delle mamme: un cuore talvolta indurito dalla presunzione di avere una scuola con regole, arredi e didattica a misura dei loro desideri, dalla pretesa di avere il figlio più bravo, dalla ricerca del miglior voto, dall’ostentazione del bambino più “griffato”. Dovrebbero essere presenti a scuola, le mamme, per conoscere la fatica dell’insegnante nel tenere buoni gli alunni irrequieti, gli insolenti, i violenti. Forse, alcune di esse rammenterebbero che la prima educazione deve fiorire tra le mura domestiche. Ci vuole tempo per educare, ci vuole pazienza…oltre a sapienza, intelligenza e comprensione: se si aggiunge anche una buona quantità di umorismo, i risultati saranno sorprendenti! La collaboratrice della mia scuola, ogni volta che entra in classe, sfida i miei alunni: “Come mai siete così silenziosi quando c’è lei?” Spazientita, un giorno, Claudia le ha replicato: “La maestra ci dà le regole e noi le rispettiamo!” Tutto qui il segreto: regole, sì… ma date con amore e con fermezza perché i bambini hanno urgenza di autorevolezza, di precetti e, soprattutto, di stima. Quante volte mi è stata chiesta ragione del loro ascolto attento, quasi che ci si attendesse una formula magica. Cosa dire? Talvolta mi piace sognare che accanto a me, in classe, ci siano insegnanti straordinari: Gesù, gli angeli, mia madre…Di certo, la forza che mi sostiene, l’armonia e la gioia che regnano in classe, sono senz’altro superiori alle mie possibilità. Ogni mattina, in classe quinta, rivolgiamo insieme una preghiera allo Spirito Santo…e mai resta senza effetto! Allora, colleghe che talvolta vi interrogate sul silenzio, sulla pace che c’è nella mia classe, perché non provate a pregare anche voi con gli alunni? Affidate il vostro insegnamento a Gesù e vedrete che non sarà necessario urlare per avere ascolto, ai bambini basterà parlare guardandoli negli occhi. Uno per uno. Parlare al cuore di ognuno, perché è così che Gesù ci parlerà: Egli ci conosce e ci chiamerà per nome uno per uno, così come conosce e chiama per nome le stelle del cielo. E quando un giorno ci chiederà: “Mi hai riconosciuto sulla terra?”, io gli griderò: “Sì, Gesù, ti ho riconosciuto, ti ho cercato, ti ho amato! Nonostante le mie debolezze, Ti ho incontrato nel mio cuore… Ti sei svelato quando ero nel dolore, nel lutto, in sala operatoria, nella fatica quotidiana, nella persecuzione. C’eri sempre Tu, al di sopra di tutto. Immenso e potente. E hai disperso i malfattori, hai asciugato le lacrime mutandole in sorriso, hai indossato il camice verde del chirurgo e mi hai guarita, mi hai circondata di amici straordinari, mi hai insegnato a volare alto sopra ogni calunnia. Gesù, grazie… infinitamente grazie!”
Gesù, io non ho mai accolto le ipocrisie ed i compromessi di questa epoca: nel mio cuore porto Te e non posso nasconderlo. La Tua parola è Verità e Vita, ed è immutabile: nessuno può adattarla alle istanze della società. Con il tuo esempio di fanciullo obbediente e ricco di sapienza, ci hai mostrato il valore, la semplicità e la bellezza della famiglia formata da un uomo, Giuseppe, padre premuroso, mite e coraggioso; e da una donna, Maria, madre tenerissima, umile e straordinariamente bella nella sua umiltà. Un uomo e una donna. Una famiglia!
Per questo sono felice, Gesù, quando penso al giorno lontano in cui due sguardi luminosi si sono incrociati, due cuori giovani hanno cominciato a battere forte e si sono innamorati. Mia madre e mio padre. Un inizio… ed in quell’inizio era tutta la potenza del Tuo amore. Tu, Gesù, mi avevi già disegnata sul palmo delle tue mani e, prima ancora che mi formassi nel grembo materno, Tu mi conoscevi! Io ero già in loro e c’era in me tutto l’incanto, la poesia del loro amore. Questa è la famiglia…
Che meraviglia essere pensati da te, Gesù: vivere la vita sapendo che essa ha avuto inizio da un atto d’amore e che, attraverso i miei genitori, prendeva forma e si realizzava il Tuo progetto d’amore su di me!
Dopo 18 anni con le stampelle
Dopo 18 anni con le stampelle, Linda Christy dal Canada è arrivata a Medjugorje in una sedia a rotelle. I medici non sono in grado di spiegare perché lei abbia potuto lasciarla e camminare sulla collina delle apparizioni.
La scienza medica non può spiegare come Linda Christy dal Canada abbia lasciato la sua sedia a rotelle nel giugno 2010 a Medjugorje, dopo 18 anni con una lesione della colonna vertebrale paralizzante.
"Ho sperimentato un miracolo. Sono arrivata in una sedia a rotelle, e ora io cammino, come si può vedere. La Beata Vergine Maria mi ha guarito sulla Collina delle Apparizioni " dice Linda Christy a Radio Medjugorje.
Lo scorso anno, nel secondo anniversario della sua guarigione, ha consegnato i suoi documenti medici all'ufficio parrocchiale di Medjugorje. Essi testimoniano di un doppio miracolo: non solo Linda Christy cammina, ma anche la sua condizione fisica-medica rimane la stessa di prima.
Racconta: "Ho portato tutti gli accertamenti medici che hanno confermato la mia condizione, e non c'è una spiegazione scientifica del perché sto camminando. La mia colonna vertebrale è in un cattivo stato tale che ci sono zone in cui non è nemmeno coerente; un polmone è spostato di sei centimetri, ed ho ancora tutte le malattie e le deformità della colonna vertebrale ".
"Dopo il miracolo accaduto alla mia spina dorsale, questa è ancora nella stessa povera condizione di prima, e quindi non vi è alcuna spiegazione medica sul perché posso stare da sola e camminare dopo che ho camminato con le stampelle per 18 anni, e ho trascorso un anno in una sedia a rotelle ".
L’equilibrio impossibile
EDITORIALE L’equilibrio impossibile Andrea Barbero
«Non ho tempo per pregare, vorrei tanto, ma sono sopraffatto dalla quantità di cose da fare». Il rapporto tra preghiera e azione è uno dei temi più ricorrenti che, come sacerdote, mi vengono sottoposti. È una questione che riguarda tutti: basta vedere quante persone si rivolgono alle filosofie orientali che insegnano delle tecniche di preghiera o di meditazione. Quelle persone cercano sostanzialmente un punto di equilibrio tra il lavoro e la cura di se stessi. Percepiscono un disagio nel vivere di solo lavoro e cercano in qualche modo una fuga, o, nel migliore dei casi, un baricentro nella propria vita. Devo pregare di più? O devo “fare” di più? Posta in questi termini, la domanda non ha soluzione. Il vero rapporto da cercare non è tra preghiera e azione, ma tra preghiera ed essere. L’uomo è chiamato all’unità nella propria vita e il peccato originale ha spaccato proprio questa unità. Spesso il problema sta nel fatto che non capiamo la differenza tra “le preghiere” e “la preghiera”. San Benedetto conosceva molto bene questo malinteso e così ha fondato dei luoghi in cui l’uomo potesse essere educato a quest’unità originaria dell’essere umano. Un uomo può vivere dualisticamente sia la preghiera sia il lavoro: per questo è necessario recuperare il senso vero delle parole «preghiera» e «azione». Sono due parole che trovano entrambe la loro verità non nel rapporto tra di loro, ma nel rapporto con Dio. La vita si esprime nella sua verità solo quando l’uomo vive il rapporto con Dio che lo costituisce. Al di fuori di questo rapporto, sia la preghiera sia l’azione sono modi in cui l’uomo si aliena, cioè non è più se stesso. Così ebbe a scrivere la giovane Etty Hillesum nel suo diario, poco prima di essere deportata in campo di concentramento: «Vivere pienamente, verso l’esterno come verso l’interno, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna, ma neanche viceversa». È una descrizione magnifica della lealtà verso la vita che questa ragazza ha potuto raggiungere inginocchiandosi di fronte a Dio. L’uomo per vivere ha bisogno di respirare, e credo che il paragone più efficace che possiamo fare per sottolineare la necessità della preghiera sia proprio quelle del respiro. Vivere e respirare sono uno stesso atto, e non a caso la Scrittura mette sempre in relazione la vita con il “soffio vitale” impresso da Dio. Pregando impariamo a poco a poco che il segreto dell’esistenza è la fedeltà, non il successo. E questa fedeltà si impara proprio attraverso il respiro della preghiera che rende ogni nostro gesto rapporto con Colui che ci fa. Non è il febbrile diffondersi intorno a sé che ci fa essere fecondi, ma la fedeltà al Signore, come papa Benedetto XVI e papa Francesco così grandiosamente e umilmente ci testimoniano.
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